Lettera di A.Piovanelli, Ecuador 21 Gen. 2015

Cari amici, questa sera per l’anno nuovo vi giro una lettera di Adriana Piovanelli, missionaria laica in Ecuador. Una testimonianza forte…

 

San Nicolas, una scuola nel territorio del Cotopaxi, tra i vulcani dell’Ecuador. Oltre settanta ragazzi che altrimenti sarebbero destinati a mendicare per le strade, vivono nell’edificio, dividendo il tempo tra il lavoro e lo studio. El Instituto Tecnologico Superior Particular “Don Bosco”, San Nicolas, fondato da Peppo e Adriana Piovanelli, due missionari laici bresciani insegna ai niños un mestiere, impedisce che vivano nella miseria, li fa studiare con corsi bilingue (castigliano e quechua) fornisce loro una professione. Da lì escono falegnami, intagliatori, meccanicici.

 

Sono davanti a questo foglio bianco... e mi chiedo: cosa dire ancora, che non si sia ascoltato, che non si sia capito o conosciuto. Che immane fatica essere in Italia e dover chiedere: mi sento affranta-afflitta-spossata e sento che non ne cavo un ragno dal buco. Non so neanche a chi scrivo... Cuore Amico, Maria Enrica, SanBonifacio, A.I.B., S. Antonio,

a voi, agli amici di Bagnolo, Leno, Brescia, Arezzo, Ghedi, Genova, Verona, Cremona, Treviso, Roma, Milano, Lecco ai vescovi, alle Chiese, a Papa Francesco... credo aver già scritto a tutti, chiamato tutti, detto tutto. Però so bene per chi scrivo, so bene per chi chiedo, so bene per chi torno a ripartire, a lasciare l'Italia e scommettere il tutto per tutto, cioè scommettere sul NIENTE che ho. Scrivo perché è l'unico modo che ho questa sera di lasciare uscire la mia tristezza che è come una preghiera. Anche la preghiera è quasi sempre "tristezza-bisogno".

È un errore la preghiera deve diventare "allegria-gratitudine". Questa mia preghiera non deve riempire il mio cuore di tristezza, di delusione,  di sconforto,  deve solo uscire dal mio cuore per lasciare posto alla "fiducia, alla speranza, al sorriso". 
Voglio ritornare a San Nicolas con il sorriso perché so che i poveri e i ragazzi dal mio sorriso capiscono e si dicono: "Mama Adri ce l'ha fatta,  ci aiuterà ancora,  anche questo anno possiamo studiare, prepararci alla vita, alla società... al futuro".

Come far battere il cuore di tanti di emozione, di commozione, di carita´ ¨di oltre la crisi¨. Come far si che ognuno doni un po´ di ¨carino¨ a questi poveri che hanno solo la sventura di NON AVERE, noi abbiamo quella di avere avuto e adesso avere meno! ma loro... non hanno mai avuto!

Cominciano ora a credere un po´ piú in se´ stessi e nella fratellanza, nella solidarietá, nel bianco-straniero che non é piú GRINGO ma é diventato AMICO-FRATELLO-FAMIGLIA.

Siamo nel mese missionario! Cosa vuol dire? Tutta la mia vita é nel mese missionario e senza tante parole si continua a spendere gocce di caritá, gocce di aiuto, gocce di speranza!

Il vaso si vuota, eppure il cuore é PIENO! La botte piena di amore, di caritá! Le mani solo danno quello che hanno, quello che ricevono da altri, da voi, ma non mancherá mai la stretta di mano, la carezza e l´abbraccio diventa piú forte, piú vero! Con affetto,  Adriana 

 

...Voglio mettere qua sotto il racconto di bimbi delle Ande Ecuatoriane, dei nostri bimbi:

leggete da loro, ascoltateli...  "UNA MIRADA DE ESPERANZA"

 

 "UNO SGUARDO DI SPERANZA - Chi siamo e dove andiamo? Io sono Paolo, io sono Renato, io sono Maria, io sono Sara, io sono Chiguasi, Vega, Chancusi o Ronquillo, io sono la mia razza, sono il mio popolo, sono l'eredità di una storia di oppressione e di in- digenza, tuttavia sono la storia di una speranza che si muove per la costruzione di un mondo migliore.

Ho sette anni e da molto tempo so cos'e' il lavoro e anche il lavoro dei campi, a piedi nudi al freddo della montagna e della durezza del terreno, già a quattro anni, prima di sapere cosa fosse un quaderno e una matita, uscivo per mano di mio papà al mattino presto a dar da mangiare agli animali, sentendo già che questo era il mio destino,  un destino che era scritto in tutto quello che vedevo que facevano i miei fratelli più grandi, che a cinque anni davano da mangiare alle galline alla mattina molto presto  e trasportare legna per fare il caffè,  prendendo la quantità assegnata a mio papà,  il quale dopo ci ha abbandonati nelle mani di nostra mamma.

E così vivono tutti i bambini di questa parte dell'ecuador, iniziando molto presto i lavori degli adulti, perché vogliamo prendere presto un caffè.  Non possiamo distrarci giocando con pietre e con l'acqua,  perché l'acqua scarseggia e dobbiamo fare fronte alle responsabilità.

I miei amici fanno lo stesso, tutti noi ci incontriamo guardando sempre il campo e sapendo che questi grandi terreni, che non sono di nostra proprietà,  saranno il luogo dove dovremmo lavorare molto duro e lo guardiamo con un sorriso, come se fosse il giocattolo più bello che avessimo potuto ricevere. Penso che non conoscendo altro tipo di gioco, come quelli che vendono in paese e che vediamo quando ci portano a messa, pensiamo che è bello lavorare in così tenera età.

Siamo molto piccoli, non arriviamo ad una  gran altezza e secondo quello che dicono le persone che alcune volte ci visitano quello che dicono è che siamo malnutriti, intendo che vuol dire che solo alcune volte possiamo prendere al mattino un po' di caffè con il pane e qualche volta "machica", e poi i nostri pasti sono senza carne, né pollo, né uova e invece mangiamo tanto mais, patate e questo non ci aiuta a crescere tanto.

Già a sette anni ho fatto diversi lavori, la raccolta delle legna,  però oggi in maggiore quantità perché sono più grande. In più ho altri lavori da fare come tagliare la legna, caricare l'erba e il grano del peso di 14 libbre, tutto questo è normale per noi.

Dobbiamo anche dare erba ai "cuyes", seminare grano e togliere le sterpaglie mano a mano che crescono, mio fratello che ha già compiuto 8 anni e va per i 9, deve fare questi lavori tutto il giorno ed io vicino a lui sto imparando,  per riuscire a farlo bene tra un po' di tempo.

Questi sono i nostri giochi, i giochi dei bambini più poveri, i giochi dei bambini che sono nati inquesta parte dell'ecuador, i giochi dei bambini che viviamo con le mamme sole o che viviamo con i nonni, perché i nostri padri ci hanno detto che andavano lontano per guadagnare denaro ed educarci, ovviamente non li abbiamo mai piu' visti e nemmeno ci hanno mandato denaro, e così sono i nostri nonni già vecchi che si occupano di noi e ci educano come loro sono stati

educati.

Per questo noi andiamo a scuola tardi, primo perché viviamo lontano e dobbiamo camminare tanto per andare dalla nostra casa fino alla scuola più vicina e poi perché prima dobbiamo lavorare e aiutare chi ci sta crescendo.

Ovviamente non aiutiamo solo nei campi, a 8 anni impariamo anche a pelare le patate, a lavare i piatti, a sistemare la camera e quando siamo un poco più grandi ad 11 o 12 anni, impariamo a lavare e cucinare per i fratellini più piccoli.

La nostra vita è abbastanza difficile,  perché quando ci ammaliamo non sappiamo come andare dal medico e così noi ci curiamo con le medicine che ci danno i nostri nonni ed in molte occasioni non ci curano, ma aspettiamo fintanto che passano i dolori di stomaco o di pancia e torniamo a stare bene, sicuramente perché l'acqua che noi beviamo non è acqua pulita come quella della città ma è l'acqua che si usa per tutto, non sappiamo come avere acqua potabile, quella di cui parla la maestra a scuola.

UN LUNGO CAMMINO DA PERCORRERE

Nella nostra casa viviamo molto stretti perché in una sola casa vive tutta la famiglia, siamo due o tre adulti e sei o sette bambini della stessa famiglia, così che dobbiamo dormire due o tre in un solo letto, perché le case sono molto piccole.

Quando finalmente a sette anni andiamo a scuola la nostra vita cambia un poco, perché ci sono più bambini e perché la maestra ci insegna giochi diversi dal gioco di dover lavorare, però è difficileiniziare ad imparare perché noi ci stanchiamo molto la testa, siamo sempre come affaticati e dobbiamo aspettare molto tempo per imparare a leggere e a scrivere, sempre abbiamo sentito dire che è per la cattiva alimentazione e chiaramente noi non possiamo migliorarla perché le condizioni del campo non ci permettono che i genitori abbiano più denaro per comprare il cibo della buona nutrizione.

 

QUESTI SONO I BAMBINI E LE BAMBINE DI SAN NICOLAS DE JUIGUA Y TODOS LOS ALREDEDORES.

 

Adriana Piovanelli

 

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